by Doug Dowd with some pieces by his friends
Una Cittá,
Bologna, Italy, Marzo 2002
VaiVecchio — Intervista a Doug Dowd
by Doug Dowd
I ricordi degli anni ‘50 a Berkeley, quando uno studente si alzò per dire: “Ora noi usciremo”, quando un professore disse in assemblea: ‘Orinate su tutte delle bandiere”. Intervista a Doug Dowd.
Doug Dowd è nato a San Francisco nel 1919, ha insegnato per divisi anni in varie università degli Usa, poi a Bologna, alla John’s Hopkins University, e dallo scorso anno all’Università di Modena. Studente di sinistra a Berkeley alla fine degli anni ‘40, come professore universitario negli anni ‘60 ha partecipato alle lotte per i diritti civili nel Sud e al movimento contro la guerra. Ha scritto vari libri; tra i più recenti: Blues for America, A Critique, A Lament and Some Stories (NY Monthly Review Press, 1997), Capitalism and Its Economics: A Critical History (2000) e, in corso di pubblicazione, Understanding Capitalism: Critical Analyses, from Karl Marx to Amartya Sen, gli ultimi due editi da Pluto Press, London.
opo l’11 settembre si è diffuso un senso di panico che ha coinvolto tutti, proprio tutti. Per dire, io ho ripreso a suonare il violoncello dopo tantissimi anni, e mi dà lezione una giovane donna straordinaria, una cinquantenne, quindi molto giovane per me, una bravissima suonatrice. Ebbene, dopo qualche giorno doveva andare a Los Angeles per un concerto, e così mi ha chiamato per dirmi che il giorno dopo non avrebbe potuto vedermi perché aveva deciso di andarci in macchina. E parliamo di una persona adulta, sana, politicamente di buon senso. Perché succede? Io ho 82 anni, ho visto molto, ho vissuto in anni turbolenti, ma credo di poter risponder che la gente negli Usa non ha la percezione di cosa voglia dire, sul piano politico o militare, vivere precariamente. Intendo una vera precarietà, costante. Qui, invece, parliamo di attentati. Ma gli americani non hanno proprio il senso del pericolo esterno. Del resto, basta guardare una mappa, ci sono 3000 miglia di coste lungo l’Atlantico e 7000 lungo il Pacifico: viviamo in una specie di gigantesca isola protetta. Per questo siamo diventati indipendenti: perché gli inglesi non potevano controllare tutto quel territorio così lontano. Nel 1776 noi eravamo i palestinesi del Nord America, ma gli inglesi non potevano vincere perché ogni qualvolta perdevano una battaglia passano sei mesi prima che in patria lo sapessero. Io ho scritto di questo...
Insomma, gli americani sono come dei bambini viziati quando si tratta di affrontare una guerra.
Oltre a questo, poi abbiamo una forma di “ignoranza istituzionalizzata” rispetto al resto del mondo. Nelle nostre scuole elementari, medie, superiori all’università, non viene mai richiesto di sapere alcunché di qualsiasi altro paese. A meno che uno non decida di diventare uno studente di quella spechi materia. Il senso della storia è straordinariamente povero. Io insegno storia e quindi lo so: vedi delle espressioni inebetite appena chiedi qualcosa accaduta solo tre anni prima.
Devo dire che io, da questo punto di vista, ho avuto un percorso particolare. Fin da adolescente, avevo 16 o 17 anni, gli anni critici, avevo scelto di frequentare un corso di storia in quello che si chiama Community College, a San Francisco, una scuola superiore. Il professore aveva perso una gamba nella prima guerra mondiale. Era molto amaro rispetto nella guerra e anche rispetto agli Stati Uniti e così ci insegnava la storia europea e americana. Io mi sta appena svegliando al mondo.
Nel 1934 poi a San Francisco ci fu un grande sciopero dei portuali. Riuscirono a trovare un sindacato che li sostenesse e così fu sciopero generale: tutto chiuso, arrivò l’esercito nelle strade, furono anche uccisi degli operai, ci furono i cortei; io avevo 15 anni...Poi venne la depressione; io già avevo lavori per 5 anni perché non c’erano soldi. Poi diventai molto amico di uno della sinistra, lui aveva 16 ani io 15, lui era gay, e armeno, era fuggito dall’ Armenia perché i turchi stavano uccidendo tutti...Insomma cominciai a leggere per tanti motivi... Anche certo, il contesto non spiega sempre tutto. Mio fratello ha preso una strada completamente diversa...Dopo la seconda guerra mondiale, entrai all’università perché l’esercito conferiva una sorta di abilitazione e poi permetteva la frequenza gratuita, oltre a darti i soldi per vivere. Successe a milioni di giovani. A me però capitò la fortuna di trovare dei bravi professori. Uno di questi aveva scritto forse il miglior libro in inglese sul fascismo , un libro straordinario. Insomma ho cominciato a studiare la storia ad appassionarmi. Ma tutto un po’ per caso.
Dunque, la gente negli Stati Uniti intanto non sa niente del resto del mondo; in secondo luogo, quando anche sa qualcosa, non è interessata; se poi si interessa, tutti gli altri sono comunque dei poco di buono. Beh, siamo la società più razzista al mondo. So che è difficile crederci, ma è così e per svariate ragioni.
La prima è che ci sono moltissime persone di origini diverse nel nostro paese, più che in qualsiasi altro posto al mondo; diverse religioni, diversi colori, culture, nazionalità...I miei nonni materni lasciarono la Russia alla fine del XIX secolo in quanto ebrei, per fuggire ai pogrom; i miei nonni paterni lasciarono l’Irlanda perché là si moriva di fame (l’assurdo che l’Irlanda esportava cibo mentre la sua popolazione non aveva da mangiare; qualcosa di simile quanto accade oggi nel Terzo Mondo...). E così stato per tutti. Quelli che sono arrivati negli Stati Uniti 200 o 100 o 50 anni fa o anche ieri pomeriggio, hanno tutti imparato subito una cosa: è meglio che diventi americano alla svelta, o verrai attaccato. Nessuno lo dice, malo si impara subito.
Faccio un esempio: io sono cresciuto in un quarti italiano a San Francisco, ho frequentato la “Galileo High School”, dove circa la metà degli studenti era italiana, il 20% cinese e il resto un po’ di tutto come me. Io ero nella squadra di basket, l’unico non italiano; ebbene, tutti quei ragazzi parlavano inglese non italiano. I loro genitori non volevano che imparassero l’italiano. La stessa cosa accadde per tutti i gruppi, i cinesi ecc. Oggi, nel 2002, vicino a casa nostra c’è una scuola per cinesi dove imparano fini, se. E li vedi questi cinesi, lavorano duro, prendi pochissimi soldi, ma riescono comunque a mettere qualcosa da parte; li vedi uscire il mattino presto...E’ veramente straordinario.
Cinquant’anni fa, nelle fabbriche, se arrivavi dalla Polonia venivi subito etichettato Se poi eri ebreo o italiano, peggio che peggio... noi abbiamo coniato una “dirty word” per ogni gruppo. Voi italiani siete “waps”, e wap è come “negro”; gli ebrei sono “kikes”, i tedeschi “squareheads”, i francesi “frogs”; insomma c’è una lista almeno 150 nomi e ognuno teme, disprezza o odia uno degli altri gruppi e tutti sono odiati da altri. Non c’è niente di simile altrove nel mondo! Non è che non ci sia razzismo in Sudafrica, in Italia o a Londra; ovviamente c’è, ma noi siamo dei campioni perché
abbiamo tante persone qui che odiamo, disprezziamo, temiamo. E allora diventa molto importante cercare di assomigliare... ma a chi? A me, per esempio, cioè, a qualcuno originario dal Regno Unito. Infatti
avendo un nome irlandese, Doug, vengo subito identificato come anglosassone. Un pittore mi ha spiegato che ho anche la tipica faccia “teutonica”, per via degli occhi azzurri...
Noi siamo profondamente razzisti anche per un’altra ragione: la schiavitù. Siamo stati un paese schiavista per un paio di secoli e direi che non ci siamo mai veramente sbarazzati di quel passato. Semplicemente lo schiavismo si è trasformato in razzismo. E il razzismo contro i neri è qualcosa di così profondo, sedimentato; è come il sessismo per gli uomini: qualcosa che tutti gli uomini si portano dentro; così come ogni maschio sul piano sessuale ha l’impulso di prendere una donna (poi non lo pratica, certo, si controlla), la stessa cosa vale per i bianchi nei confronti dei neri, me compreso. Io ho lottato per tanto tempo contro questo impulso per cui è come se non ci fosse più... ma è qualcosa di così profondo che dubito che non ne resti comunque traccia.
A San Francisco durante la seconda guerra mondiale abbiamo messo i giapponesi nei campi di concentramento, senza neanche pensarci; abbiamo maturato sentimenti terribili per chiunque sia di origine asiatica, latina, del sud del mondo; eppure niente è comparabile al razzismo contro i neri. Il razzismo negli Usa è come un albero con delle radici che si propagano, radici velenose, e anche tutti i fiori di quell’albero sono velenosi...
Nel 1991 ero impegnato con un’organizzazione antirazzista e il lavoro prevalente quell’anno fu l’assistenza in tribunale contro le discriminazioni.
Ma facciamo un passo indietro: siamo nel 1950 e io voglio vendere un appartamento di mia proprietà; arriva un nero disposto a comprarlo, con contanti. Bene, io ho firmato un documento in cui mi impegno a non venderlo a una persona di colore, o a chiunque non possa essere definito “bianco”. Ebbene, questa possibilità è esistita fino al 1951. Dopo 40 anni cosa succede? Succede che al nero coi contanti alla mano dirò: “Oh, mi dispiace l’ho già venduto”. Capisci? È così facile da fare! Certo, uno potrà anche protestare, ma la maggior parte delle persone di colore penserà: io potrei anche averla vinta e comprarlo, ma poi sarò circondato da gente che mi disprezza. Per cui c’è una sorta di ghettizzazione informale. Certo, ci sono anche dei neri che sono riusciti a penetrare in ambienti “bianchi”, perché comunque il mondo è cambiato dal 1950 e però...
Lasciatemi raccontare un’altra storia. Nel 1953 mi sono trasferito da Berkeley e sono andato a insegnare alla Cornell University, una delle università private più quotate del paese. Sono stato proprio fortunato a ottenere quel posto, ma sai quale fu la ragione per cui lo diedero a me? Che al bando eravamo solo due, l’altro si chiamava David Levi e veniva da Yale, un’altra ottima università. Ma David Levi era un ebreo e il mio nome, invece, Douglas Fitzgerald Dowd, è molto irlandese. Quando sono arrivato là c’era una manifestazione e i professori stavano chiacchierando, nessuno prestava attenzione a me; a un certo punto mi sono accorto che i loro discorsi erano fortemente antisemiti, del resto perché no? Non c’erano ebrei presenti, eccetto me, ma loro non lo sapevano. Così li ho interrotti: “Guardate, ragazzi, che io non voglio sentire questo schifo”, “Ma dai...”, “Ho detto che non voglio sentire discorsi antisemiti”, “Ma dai, cosa ti importa?”, “Non è quello il punto, solo che capita che mia madre sia ebrea, okay? E anche se non lo fosse non vorrei sentirli ugualmente. E comunque io sono ebreo”. “Ma Doug — mi hanno interrotto — tu sei diverso!”. Ecco, per me è anche peggio quando la si mette così. Infatti di lì a poco sono diventato piuttosto impopolare.
Insomma, questi ragionamenti per cui, va bene, ma tuo padre era un vero inglese e allora...Ecco, io li trovo idioti; poi sono sensazioni, non pensieri, ma sono così diffusi negli Usa. Il mio stesso fratello ha dei pregiudizi verso gli ebrei; e anche mio padre, i miei si separarono appunto perché lei era ebrea e lui cattolico... È pazzesco.
Volevi sapere del patriottismo? Quando avevo 7 o 8 anni, alle elementari, nella mia classe, eravamo in circa 25 bambini e bambine, ognuno doveva simulare di investire in borsa, cioè doveva scegliere una società su cui scommettere e poi seguirne l’evoluzione durante tutto il corso dell’anno. Ma puoi immaginare? E in quella stessa classe, all’inizio delle lezioni, tutti i giorni, dovevamo alzarci in piedi, porre una mano all’altezza del cuore e cantare...
Allora cosa si insegna ai bambini in questa terra della libertà e della democrazia? Succede che dal momento in cui puoi capire, ma già da quando vai all’asilo, forse, vieni educato a pensare ai soldi e agli Stati Uniti come alla perfezione. E allora puoi capire quanto sia difficile per questa gente penetrare oltre quel muro in cui tutto sembra esaurirsi nei soldi e nel patriottismo. Anzi, non si tratta nemmeno di patriottismo. Il patriottismo è l’amore per il proprio paese; questo invece è nazionalismo e non può non implicare degli scontri. Allora quando è accaduto 1' 11 settembre, ne sono sicuro, la prima reazione degli americani è stato un terrore assoluto che i terroristi avessero vinto.
Poi hanno pensato che, se anche fossero riusciti a compiere quell’attacco altre dieci volte, comunque non c’era proporzione con la popolazione americana. Ma il pensiero ulteriore è stato: ci hanno fatto questo perché siamo un paese straordinario! Sì, siamo un paese talmente fantastico, che la gente ci odia per quanto siamo meravigliosi! Ma come? Nessuno odia qualcuno perché è meraviglioso, ci si odia per altre ragioni, razionali e irrazionali, ma non perché uno è meraviglioso.
È vero, poi sono diventato famoso per quella storia della bandiera...Nel 1967, il periodo del movimento di Andy Warhol, facevo parte di un gruppo di insegnanti che attuava delle proteste contro il governo, la Cia, il Dipartimento di Stato. Io ero a capo di quell’organizzazione e venivo invitato a tenere dei discorsi in giro per il paese. In uno di questi incontri, all’Università del Michigan, vicino a Detroit, un’università pubblica molto grande, ero uno dei relatori, c’era questo stadio enorme, con 40.000 studenti; ebbene, quando è stato il mio turno, io mi sono alzato e ho iniziato: “La prima cosa che voglio dirvi è: Orinate su tutte delle bandiere!”. E dal pubblico si è levato un boato... Allora insegnavo in un Community College e uno dei miei studenti, uno scaltro, subito fece delle magliette nere con la scritta “Piss on all flags!” e si mise a venderle alla grande.
Ti dirò solo questo: per me il nazionalismo è lo stesso ovunque e se guardi all’America degli ultimi 50 anni, dopo la seconda guerra mondiale, e a tutti i danni che ha prodotto in giro per il mondo, certo non sarà paragonabile al nazismo, ma sulla vita di moltissime, ma veramente moltissime persone ha avuto lo stesso effetto.
Come la vedo oggi? Devo dire che io tendo a essere comunque positivo qualcosa può sempre succedere. Prendiamo il 1958: non c’era alcun movimento, nessuna guerra contro cui schierarsi. E tuttavia di lì a poco...Io allora insegnavo alla Cornell, e tra gli studenti stava accadendo qualcosa, c’era qualcosa di frizzante nell’aria. Teniamo presente che alla Cornell gli studenti venivano tutti da famiglie ricchissime ed avevano avuto un’istruzione di ottimo livello.
Ebbene, la percentuale di diffusione di droghe in quel luogo era veramente alta; io allora non avevo mai fumato niente; mi capitò a una cena diversi anni dopo che qualcuno iniziò a passare uno spinello e credo di esser stato l’unico che ancora non aveva provato. Comunque già allora era molto diffuso. Ma stava accadendo anche qualcos’altro: stava nascendo un movimento antiautoritario. Un giorno, nella mia classe di Storia americana, con circa 25 studenti, erano le 9 del mattino, uno di loro disse: “Professor Doug, se non le dispiace, ma anche se le dispiace — era il 1958! — devo fare un annuncio al resto della classe”. E cominciò: “Io sto per uscire da questa classe e chiunque lo desideri mi segua, andremo all’ufficio dell’amministrazione, troveremo altri studenti e faremo una catena attorno all’edificio. Chiunque voglia unirsi è il benvenuto, inclusi gli ebrei, Doug!”. Così disse. Uscimmo, c’erano circa 5000 studenti che marciavano attorno all’edificio e la manifestazione era ancora in corso alle 4 della mattina dopo. E sapete qual era il punto in questione? Io credo sia significativo: la Cornell a quel tempo, essendo la maggiore università americana, la più prestigiosa, aveva una specie di “coprifuoco” per gli studenti: alle 10 di sera dovevano essere tutti a letto, e così gli studenti protestarono. E il fatto è che nessuno riusciva a capire, era qualcosa di indescrivibile la confusione da parte della scuola e degli adulti. Nel giro di pochi giorni ci fu un incontro tra il leader degli studenti e l’amministrazione e si capì che il campus sarebbe rimasto bloccato; fortunatamente i professori, ricordando di essere stati giovani anche loro, tolsero il coprifuoco.
Due anni dopo, alla Cornell era nato un movimento antinucleare, contro i test. E due anni dopo ancora nacque un gruppo per i diritti civili e così via. E poi c’era 1'Sds (Students for a Democratic Society), il
movimento studentesco che iniziò nel `63-`64, come movimento antirazzista, pacifista...Ecco, nessuno, ma proprio nessuno, nel 1958, quella mattina alle 9 poteva credere che qualcosa del genere potesse accadere. Più tardi, nel 1964, ero a Berkeley a tenere qualche lezione e un giorno un ragazzo venne a trovarmi, si presentò, era Mario Savio, il ragazzo che poi infiammò Berkeley, con il Free speech movement...
Allora, non voglio enfatizzare il fatto che sono vecchio, però lo sono e aver vissuto negli anni ‘30 è stato veramente difficile, anche per gli Usa. Io sono stato in guerra per 4 anni...la mia prospettiva a 21–22 anni era di non vivere oltre i 25. Poi però la guerra è finita e nei successivi 50 anni il mondo, per certi versi, è straordinariamente migliorato; io non avevo alcuna fiducia allora; negli anni ‘30 avevo cercato di andare in Spagna ad esempio perché pensavo... avevo delle speranze allora. Ma poi durante la guerra le avevo perse tutte; era stato davvero un errore, perché la parte migliore della mia vita è arrivata dopo; le cose per cui avevamo lottato negli anni ‘30 hanno iniziato a realizzarsi negli anni ‘50, poi negli anni ‘70 di nuovo le ho perse.
Quando insegno, una delle cose che dico sempre agli studenti è: non c’è alcuna buona ragione per essere ottimisti o pessimisti, perché nessuno è in grado di prevedere il futuro, perché non capiamo nemmeno il presente; anche le previsioni di Marx, pensatore straordinario, si sono rivelate errate. Allora, considerando anche il fatto che la società è fatta di persone, c’è sempre qualche speranza. Lo dico seriamente. E poi credo che se io, ma anche tu e anche altri pensiamo questo, io divento positivo... Voglio dire, non c’è mai alcuna base scientifica per rinunciare a sperare; in secondo luogo, anche supponendo ci sia, cosa puoi fare? Io andrei avanti a fare quanto stavo facendo...
Sì, ho un sito: www.vaivecchio.com. [Ora il preferito è www.dougdowd.org. –Ed.] Perché? E’ una storia curiosa. Molti anni fa venni qui con mia moglie, che morì l’anno successivo. Sapeva che stava per morire, eravamo già stati in Italia e a lei piaceva, così volle tornarci per sei mesi. Dopo 2 settimane venne ricoverata in ospedale e dovemmo rientrare negli Usa, ma mentre eravamo qui ancora non insegnavo in Italia, per cui non avevo niente da fare e allora andavo a fare dei giri in bicicletta. Avevo 63 anni e un giorno avevo deciso di salire sulla collina di San Luca; dopo un’ora che salivo, ero quasi in cima, mancavano circa 20 metri, ma io ero stanco, andavo sempre più lento; a quel punto tre ragazzi mi raggiunsero e mi superarono; l’ultimo, però, mi appoggiò una mano sulla schiena e mi spinse per il resto della strada, urlandomi: “Vai vecchio! Vai...”
June 17, 2003